
La corsa del Governo tecnico verso la defi nizione delle misure da inserire nella cosiddetta manovra, e destinate – per quanto asserito - a traghettare il Paese verso il riordino della sua dissestata economia è seguita in ogni realtà del Paese con attenzione, valutando la pesantezza e la scompensata incidenza dei rimedi prescelti che lasciano inalterate alcune aree di privilegio. L’approvazione del provvedimento avviene nella diffusa consapevolezza della gravità della situazione, e in uno stato d’animo che oscilla tra lo scetticismo e la speranza. Borse, spread, prezzo del petrolio e dell’oro, agenzie di rating, banca centrale europea, fondo monetario, proteste degli indignati e di quanti stanno già pagando gli effetti delle speculazioni fi nanziarie scandiscono da noi, ogni giorno, l’andamento della crisi. Generando la convinzione, alla luce dall’amara esperienza che viviamo, che occorre urgentemente intervenire su alcune esasperate manifestazioni del capitalismo se non si vuole soccombere ad una vera e propria catastrofe economica e sociale dalle dimensioni globali.
In Italia, è accaduto un fatto inusitato che merita di essere colto nella sua enorme portata: la politica ha abdicato al compito di intervenire sull’organizzazione e l’amministrazione della vita pubblica perchè non ha inteso assumersi la responsabilità di correggere gli squilibri insostenibili da essa stessa creati.
Ha però incaricato di tanto un Governo di soli tecnici. Nella circostanza dell’esame parlamentare la si vede intervenire nel merito dei singoli provvedimenti usando lo spirito fazioso di sempre, con i distinguo e lo strabismo che l’hanno così profondamente screditata. Con commenti e proposte che paiono prescindere dalla situazione di emergenza che essa stessa ha causato. Si capisce che il politico abituato a frequentare i palazzi del potere è convinto che basti portare un po’ di pazienza per tornare a muoversi, non appena superata l’emergenza, con il metodo di sempre. Noi siamo dell’avviso che si tratti di una convinzione sbagliata e che il recupero della fiducia dei cittadini passi per un’altra via. Una via che non sarà certamente la demonizzazione di una funzione, quella della politica, che tutti sappiamo quanto sia preziosa e indispensabile all’articolazione della vita democratica di una nazione, ma piuttosto della chiara condanna dei metodi sbagliati con cui è stata praticata e che hanno causato la situazione in cui ora ci troviamo immersi sino al collo. E che ci costringe ad affrontare sacrifi ci che non possiedono
al di là dell’apparenza alcuna equanimità e paiono deboli nel rilancio produttivo. Sacrifici che se fossero stati concordati per tempo tra le diverse forze politiche sarebbero stati di maggiore efficacia, senz’altro minori e più equamente distribuiti. I politici dovranno fare intendere ai cittadini che questa volta sono determinati ad operare una “svolta” radicale: che mai più ometteranno di tutelate gli interessi generali per compiacere alle richieste di categoria, che non dilapideranno le risorse fi nanziarie in tanti rivoli rivolti ad accontentare le clientele ma le concentreranno su obiettivi di crescita e di trasformazione dei vari settori produttivi. Crescita e trasformazione che dipendono chiaramente da un mix di misure appropriate: potenziamento delle infrastrutture, generalizzazione di una mobilità alternativa, gestione oculata delle bellezze paesaggistiche, dei beni architettonici, artistici, monumentali e culturali, difesa dell’ambiente, finanziamento della ricerca, perseguimento dell’eccellenza nello studio e del merito nei concorsi, snellimento dell’apparato assistenziale a favore di misure che incentivino l’iniziativa personale. Nonché diminuzione dei costi della politica, dei doppi o tripli incarichi, sburocratizzazione della pubblica amministrazione capace di agevolare l’impianto e l’espletamento di attività imprenditoriali.
IL CONSIGLIO DIRETTIVO POLO CIVICO
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